Nel suo tempio abbandonato,
Inginocchiata accanto al fuoco
Che sacro brucia rischiarando
Le menti degli umani, misera
Fiammella ormai del falò d’un dì,
La Musa osserva i bassorilievi
Cangianti alle pareti e rimembra
Quei tristi eventi di un’era andata.

«Vi fu un tempo» comincia la bella,
Assecondata dalle sculture,
«Un gigante tra gli uomini,
Prometeo lo chiamavano perché
Lontano posava il suo sguardo,
Su mondi e lidi preclusi agli altri.
Egli sognava e dal sogno creava,
Folle e torme di fantocci senz’anima,
Pensieri e idee che muovevano due
Passi e poi finivano in cenere.
“No, così non può…” si struggeva
“Tutti i sogni muoiono, i pensieri
Si sfracellano al suolo, non
Spalancano le ali al vento, in cenere
Finiscono le aspirazioni…”. Poi,
Una sera, che dalla rupe osservava
Tramonto arrossire d’amore per
L’arrivo di Notte sua sposa,
Il suo occhio che tutto vede,
Lo scorse, ardere forte e gagliardo,
Quel fuoco che gli dèi conservano
Gelosamente, lo stesso che qui
Custodisco, ora esausto. Così,
Vide il padre degli dèi maneggiare
Il fuoco della Vita, della Sapienza
E dell’Arte: il fuoco dell’Amore.
Perché Amore, è la forza che tutto
Muove. Prometeo lungimirante,
Capì che quel fuoco mancava ai
Suoi Sogni per prendere vita.

Ardì salire alle auree case, fin
Sulla montagna degli dèi si
Spinse, nel tempio in cui sola
Abito, s’introdusse furtivo,
Guardingo, nascosto dall’amica
Notte che tanto l’ispirava.
Ammirai il suo coraggio, capii
Il nobile intento, avrei potuto
Arderlo vivo, eppure, gliene
Feci dono: gli diedi metà del
Sacro fuoco. Perché giungesse
All’umanità, mi dissi, perché
Gli dèi, avidi, lo nascondevano
Per sé. “Vai Prometeo, gigante
Tra gli uomini, Baal portatore
Del fuoco sacro
Così era scritto nelle sculture
Profetiche del tempio, così
Si compirà il tuo destino”.

Col favore delle tenebre egli
Se ne tornò alla sua terra e
Nulla ora più lo fermava:
Creava Sogni e quelli subito
Prendevano vita, aveva Idee
E quelle, su grandi ali volavano
Nell’aria; folle di creazioni,
Eserciti di Aspirazioni. Ma ciò
Non piacque agli dèi sovrani,
Gli unici a cui sia concesso
Di sognare, creare e amare.
Il povero Prometeo finì
Giudicato, avvinto da catene
Adamantine, alle rupi del
Caucaso, ai confini della terra.
Aquile gli rodono le viscere,
Notte e giorno si tormenta,
Sotto il sole cocente così come
Al gelo della Notte che gli fu amica.

Prometeo fu punito per aver
Avuto il coraggio di sognare.
Anche tu mio Pellegrino,
Sogna, brama, ama: quello
Fu il dono del gigante agli
Uomini. Questo fuoco s’è ormai
Spento, ma l’altro, quello arde
Arde ancora, in mille piccole
Fiammelle, in voi esseri umani.
Sta a voi tenerlo vivo.»

04/04/23
Le immagini di accompagnamento sono generate con il supporto di IA.
Per maggiori informazioni: Trasparenza AI































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