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Prometeo – 23/04/04

Nel suo tempio abbandonato,
Inginocchiata accanto al fuoco
Che sacro brucia rischiarando
Le menti degli umani, misera
Fiammella ormai del falò d’un dì,
La Musa osserva i bassorilievi
Cangianti alle pareti e rimembra
Quei tristi eventi di un’era andata.

«Vi fu un tempo» comincia la bella,
Assecondata dalle sculture,
«Un gigante tra gli uomini,
Prometeo lo chiamavano perché
Lontano posava il suo sguardo,
Su mondi e lidi preclusi agli altri.
Egli sognava e dal sogno creava,
Folle e torme di fantocci senz’anima,
Pensieri e idee che muovevano due
Passi e poi finivano in cenere.
“No, così non può…” si struggeva
“Tutti i sogni muoiono, i pensieri
Si sfracellano al suolo, non
Spalancano le ali al vento, in cenere
Finiscono le aspirazioni…”
. Poi,

Una sera, che dalla rupe osservava
Tramonto arrossire d’amore per
L’arrivo di Notte sua sposa,
Il suo occhio che tutto vede,
Lo scorse, ardere forte e gagliardo,
Quel fuoco che gli dèi conservano
Gelosamente, lo stesso che qui
Custodisco, ora esausto. Così,
Vide il padre degli dèi maneggiare
Il fuoco della Vita, della Sapienza
E dell’Arte: il fuoco dell’Amore.
Perché Amore, è la forza che tutto
Muove. Prometeo lungimirante,
Capì che quel fuoco mancava ai
Suoi Sogni per prendere vita.

Ardì salire alle auree case, fin
Sulla montagna degli dèi si
Spinse, nel tempio in cui sola
Abito, s’introdusse furtivo,
Guardingo, nascosto dall’amica
Notte che tanto l’ispirava.
Ammirai il suo coraggio, capii
Il nobile intento, avrei potuto
Arderlo vivo, eppure, gliene
Feci dono: gli diedi metà del
Sacro fuoco. Perché giungesse
All’umanità, mi dissi, perché
Gli dèi, avidi, lo nascondevano
Per sé. “Vai Prometeo, gigante
Tra gli uomini, Baal portatore
Del fuoco sacro
Così era scritto nelle sculture
Profetiche del tempio, così
Si compirà il tuo destino”
.

Col favore delle tenebre egli
Se ne tornò alla sua terra e
Nulla ora più lo fermava:
Creava Sogni e quelli subito
Prendevano vita, aveva Idee
E quelle, su grandi ali volavano
Nell’aria; folle di creazioni,
Eserciti di Aspirazioni. Ma ciò
Non piacque agli dèi sovrani,
Gli unici a cui sia concesso
Di sognare, creare e amare.
Il povero Prometeo finì
Giudicato, avvinto da catene
Adamantine, alle rupi del
Caucaso, ai confini della terra.
Aquile gli rodono le viscere,
Notte e giorno si tormenta,
Sotto il sole cocente così come
Al gelo della Notte che gli fu amica.

Prometeo fu punito per aver
Avuto il coraggio di sognare.
Anche tu mio Pellegrino,
Sogna, brama, ama: quello
Fu il dono del gigante agli
Uomini. Questo fuoco s’è ormai
Spento, ma l’altro, quello arde
Arde ancora, in mille piccole
Fiammelle, in voi esseri umani.
Sta a voi tenerlo vivo.»

04/04/23

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Desolazione – 23/02/19

Sta seduto alla livida spiaggia
Di Desolazione, il vecchio
Poeta viandante, che in silenzio
Guarda le onde del mare dei
Sogni, frangersi sui neri scogli
Della Realtà inclementi.

19/02/23

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Non sono un poeta – 23/01/22

L’ho detto una volta,
Qui ora lo ribadisco e
Non me ne stancherò:
Io non sono un poeta,
Sono invece un Pateta,
Perché canto la Pateticità
Di questa folle società;
Canto il Pathos della
Vita e del mio animo,
Canto anche di quanto
Io stesso son Patetico:
Sono un Pateta.

22/01/23

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Hai terminato i tuoi canti? – 23/01/05

«Cos’è povero pavido Pateta,
Hai terminato i tuoi canti?
Non trovi più le parole per
Salutare un nuovo anno
Di sconfitte, dolori e supplizi?»

Lassù infierisce la malevola
Rossa Orbita della malora,
Ma quaggiù ulula più forte
Il vento nella landa cinerea,
Ché quasi non la sento… quasi.

No, nel mio cuore di pietra,
Stolido, forgiato dal dolore,
Il canto non si spegnerà mai,
Raccolgo le faville, mia Musa,
Le custodirò qui, a farne falò.

E quando s’incendierà gagliardo,
Vincerò le tenebre ch’assiepano
Il mio mondo, allora tacerà quella:
La Luna portatrice di sventure,
E forse, troverò la strada per uscire
Da qui.

05/01/23

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Guardate il Pateta – 22/10/17

Guardate, guardate il Pateta,
Che vaga cantando striminziti
Pensieri che mai nessuno udrà.
Sopra: solo tra la folla incurante,
Una società insensibile a tutto.
Sotto: ramingo in una valle di
Cenere e ossa di sogni disfatti.
Sopra: c’è un mare che di rosa
Si tinge innamorato dell’alba.
Sotto: sabbia di cenere untuosa,
Bigia e terrea oscurità perenne.
Sopra: splende il sole che porta
Giorno, guida e speme all’uomo.
Sotto: la Luna Vermiglia dall’alto
Scruta, ghigna e si beffa di tutto.

17/10/22

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Terrore – 22/08/31

Senza parole se ne stava,
Solo, il vecchio Pellegrino,
Nel silenzio della grigia landa
Rotto dall’ululato del vento
E dal cupo lamento del vortice:
Ai piedi della rupe su cui sedeva,
S’apriva quel nero gorgo d’abisso.
«Terrore» sentenziò la Luna
«Culla di ogni paura, risucchia
Tutto ciò che vi si avvicina e nulla
Più ne esce; o s’anche fosse,
Ne verrebbe traviato da Follia,
Sua trista sorella che giace là
Nei suoi reconditi. Il Terrore
È un vuoto che mai si colma,
Pian piano, consumerà tutto
Questo mondo. Non attendere
Il tuo amico Cavaliere: voleranno
Eoni prima che ne esca impazzito,
Oppure ridotto in cenere»
e tacque.
Sempre in silenzio, il buon Pateta
Si mise in cammino. Non era
Concesso avere amici in quel
Mondo di cenere e a lui era
Toccata la peggior compagna:
La beffarda e malevola luna Rossa
Che tutto vede e ancor più nasconde.

31/08/22

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Tra le montagne della Realizzazione – 29/08/22

C’è una valle, nascosta
Tra le montagne della
Realizzazione: è una verde
Prateria dove sempre
Splende la luce dorata
Della Sapienza. Molti
La chiamano Arcadia,
Per altri era il Parnaso,
O Campi Elisi, Valalla,
Eden; per altri erano
Praterie celesti dove
Dimoravano altere deità;

Per altri un mare di infiniti
Fiori di loto; molti i nomi,
Tante le forme per le tante
Civiltà. Là, in mezzo alla
Radura, tra ruscelletti
Mormoranti, sta un tempio,
Piccolo ma decorato e
Tutto d’avorio. Dentro al
Santuario, prega e canta
Inginocchio la splendida
Dea, la Musa, l’Ispiratrice
Di poeti, sacerdotessa di sogni.

Davanti a lei arde nel tripode
D’ottone la fiamma della Poesia,
Il fuoco della Conoscenza.
Un tempo era un’immensa colonna
Quella fiamma, un falò gagliardo
E vigoroso che sfidava il cielo…
Ci fu chi arrivò a rubarlo,
Vi furono ere che tentarono
Di spegnerlo e ora non ne resta
Che una miserabile fiammella.
Ma non si da pace la Musa,
Dedita al suo lavoro, ella canta
E chiama a sé i sogni e le spemi,
Quelli volano, finiscono nel
Fuoco e lo alimentano viepiù;

Le faville che ne scaturiscono
Finiscono nelle menti degli
Umani che ne sono così illuminati.
Questo il suo compito da che
Esiste l’umanità. «Ce n’è uno
Però, un Pateta vuole chiamarsi,
Che non riesco più a raggiungere»
,
Piange tra sé e guarda triste
I bassorilievi del tempio. Lì,
invisibili spiriti tessitori del
Destino, scolpiscono le trame
Dei sogni e delle vite di ogni
Persona, e lei sola riesce,
In quell’intrico di forme
Sempre cangianti, a leggere
Le storie di uomini e donne.

In mezzo a quelle miriadi di
Anime, uno, il Pellegrino
Nella landa di cenere cui
Non riusciva più a far
Giungere le sue scintille,
Il fuoco del suo canto.
Il bassorilievo mostrava,
Con suo sommo terrore,
Il vecchio bardo, sul ciglio
Di un abisso, un vortice
Al centro che divora ogni
Cosa, un Cavaliere che
Arditamente vi si getta
Dentro. «Sciocco, folle!
Col mio fuoco mai sarebbe
Giunto a tanto… oppure,
Che sia per raggiungere
La mia voce che tanti
Tentano vie così disperate?»

Il pensiero le andò a Prometeo.
Sopra il vecchio Pateta scolpito,
Stava sempre Lei, sua controparte:
L’odiata Luna Sanguinolenta.

29/08/22

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Ansia – 22/08/28

Camminai ancora e ancora,
Contro la fame e la stanchezza;
Ossa rotte, la pelle strappata
Via dalle carni, dalle sferzate
Di cenere spazzata dal vento.
Non lontana era ancora
L’immagine di Tormento nella
Mia mente, quando udii
Un ruggire incessante e cupo.
“È il vento” pensai “qui sempre
La tormenta infuria lamentosa”

«Non ingannarti» fece la Luna
«Questo che senti non è solo
Il vento che ti perseguita».
Ella si tacque, io avrei voluto
Ribattere che anche lei tanto
Mi tormentava, ma proseguii.
Intanto i ringhi e ruggiti si
Facevano sempre più distinti,
Più minacciosi e assordanti.
Giunto in cima alla collina,
La vidi, là al fondo della conca
Tra le bigie dune di cenere.
«Questa è Ansia» la Luna prese
A descrivere l’essere orrendo
E immane simile a un cane,
Tutto scarnificato e grondante
Sangue dalle sue stesse carni
Spolpate; se ne stava là,
Inchiodato, quasi rattrappito
Al fondo dell’imbuto di cenere,
Ma non per questo era men
Minaccioso e, anzi, strillava
E sbraitava con le fauci
Gigantesche, grottescamente
Grandi più del suo corpo.
«Ansia è così: più è imprigionata
E più vuole scappare, e più s’adira,
Viepiù ringhia e ulula di rabbia».
E mentre così diceva, vedevo
Frotte di quei sogni vaganti
Che finivano sbranati e divorati.
Ridotti in polvere, volavano
Al vento a rimpinguare il deserto
Di cenere. «Ansia fa sempre vuoto
Attorno a sé, come vuoto è pure
Sempre il suo stomaco: non trova
Mai pace e addenta ogni cosa;
Tutto ciò che arraffa si disfa in
Polvere e accresce rabbia e fame».
Tacemmo entrambi e io proseguii,
Nella testa ancora quei folli ringhi,
Quelle zanne immense e i vacui
Sogni che vi finivano in cenere. [28/08/22]

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Nessuna favilla nel tempio in rovina – 22/08/26

Quanto tempo, quanti eoni
Son passati ormai da quando
Lasciai quella decrepita chiesa.
Il misero tempio dove radunavo
Sogni scarni, raminghi, questuanti…
Là io, li accoglievo, rifocillavo, pregavo
Per loro perché udissero il canto
Salvifico della dea, la mia Musa,
L’unica col fuoco di vita della Poesia,
Che potesse tenerli in vita e involarli…
Invece, quella voce non giungeva mai;
Nessuna favilla nel tempio in rovina;
I sogni pellegrini morivano a uno a uno,
E più ne giungevano, più croci erigevo,
Bianche stele a imperitura memoria…
Lasciai quella terra alfine, se di terra
Si può parlare in questa vuota landa
Di cenere e ossa. Qualcosa mi spingeva
In quest’insensata mia cerca: che fosse
La voce della mia Musa? Di là del tempo,
Oltre i confini dello spazio, oltre la
Nera nube che cinge questa cinerea
Prigione, che mi chiama a sé. Lo vorrei,
Oh quanto lo vorrei, ma qui i desideri
E i sogni non durano, e di ere ne sono
Trascorse innumerevoli, unica compagna:
Quella Luna Sanguigna lassù che ghigna
Beffarda e malevola di me
E dei miei sogni effimeri.

26/08/22

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Tormento – 22/08/26

Continuai a camminare
Seguendo la folla di sogni,
Miracolosamente scampati
All’asprezza della bigia landa.
La fila si perdeva all’orizzonte.
Quando giunsi tra i monti,
Dall’alto, lo vidi: un immenso
Bruto gigante ch’arraffava
Quelle anime sperdute,
Le gettava sul ripiano di liscia
Pietra e prendeva a spingere
Una colossale mola, e macinava…
«Questo è Tormento che mai
S’arresta nel suo lavoro»
, disse
La Rossa Luna a me terrorizzato,
«Egli macina i sogni, quelli forti,
C’hanno l’ardire di sfidare
La Landa dove tutto muore,
Il grigio deserto dove regna
Disperazione, regina incontrastata»
.


E intanto il titano orribile, macinando
Spargeva fuliggine, poi prendeva
A macinare il mucchio di cenere
Ch’aveva prodotto e la lanciava
In aria; con un mantice puliva il ripiano
Di duro e nero basalto, e via:
Abbrancava altri dannati sogni;
E così anche lui alimentava il deserto,
Servo della trista landa di cenere.
«Tutto serve la Landa» disse la Luna
«E tutto torna alla sua cenere»
E, beffarda, lei la Sanguigna, ghignava.

26/08/22

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Musa ti facevi chiamare – 22/08/22

No, mia sacerdotessa dei sogni,
Mi hai ingannato, non fingere:
Musa ti facevi chiamare, invece
In un Nido di Serpi ti sei smascherata.
Perché, sebbene alla luce del sole,
Nell’ombra sempiterna vago,
Il corpo intrappolato in una società,
Surreale, insensibile che non capisco,
La mente raminga nella bigia landa
Di cenere e ossa di sogni in frantumi.
Guarda queste lapidi: qui giace
Amicizia, lì Amore, là Successo,
Più in là Autostima e tante altre virtù,
Assieme a tanti altri sogni, nati e
Poi subito morti, irrimediabilmente
Frantumati sotto la mola del Destino.

22/08/22

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Segui la Rossa Signora – 22/07/25

O povero, ingenuo Pateta,
Hai letto molto e sognato tanto
Che ti sei perso nelle fantasie;
Ora invidi la felicità e condanni
Il crudele destino… rassegnati
Alfine e segui la Rossa Signora
Del cielo, unica tua compagna,
La sola che abbia pietà di te
.

25/07/22

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Una porta laggiù nell’ombra – 22/07/24

Forse in ognuno di noi
Giace indisturbata una
Porta, laggiù nell’ombra,
Che mai andrebbe aperta.
La mia conduce a una
Terra desolata di cenere
E ossa insepolte, erose
Dal tempo e dal dolore.
Quelle degli altri, forse,
Sono portali viepiù turpi
E spaventosi, d’indicibile
Orrore e cruda ignominia.
E io, ramingo, vago levando
Al cielo i miei canti, carmi
Sacrileghi per placare
Gli spettri che affollano
Questa landa. Un triste
Cammino per un Pateta
Marchiato dal fato inclemente.

24/07/22

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Non c’è posto per gli eroi – 22/05/30

«Come nasce un grande eroe?
È inviato dalle divinità celesti?
O annunciato da segni mirabili
Che accendono le speranze?
Forse è il solo che può brandire
Un’arma consacrata e invincibile?»

Pensa il prode cavaliere sul ciglio
Dell’abisso insondabile, la fauce
Genitrice di immonde mostruosità.
«Come si diventa eroi, alla fine?
Affrontando mille sfide, viaggi
Ai confini del mondo, abbattendo
Mostri su mostri, avversari a iosa?
Non è mai abbastanza e ora sono
Stanco, davvero stremato, Metterò
Fine a tutto gettandomi nel gorgo…»

Il vecchio pellegrino, lì appresso,
In silenzio, legge i tristi pensieri
Del guerriero, non cerca di fermarlo,
Sa già l’esito della disperata ricerca:
Il destino del cavaliere è dare tutto
Di sé, senza mai nulla ricavarne
Se non fallimento e altra sofferenza;
Il suo proprio, invece, quello di assistere
Al fallimento altrui, di tutti, sé stesso
Compreso, senza poter cambiare il Fato.
Compito del Pateta, è vagare senza meta,
Osservare e narrare al vento i fatti.
Nulla più. Non disse nulla il vecchio,
Né il giovane guerriero attese oltre,
Si gettò a capofitto nella nera voragine,
Là sotto di loro. Poi più nulla. Il vecchio
Pellegrino riprese la sua via. La sua
Lunga peregrinazione non vedrà mai fine.

Il suo compito di osservare, registrare e
Tramandare, a chi poi non si sa,
In quel tristo mondo grigio di cenere
E ossa… questa la missione affidatagli
Da Lei, la Rossa Luna, sua silenziosa
E beffarda compagna di ventura.
Del guerriero non seppe più nulla,
Al suo posto la bocca abissale e nera
Dell’inferno risputò un’ombra informe,
Che senz’anima vaga per la Landa
Ancora in cerca della sua luce,
Che ora men che mai troverà, dissennata,
In un mondo c’ha da offrire solo tenebre;
Sempre assetata di sangue tra orde di mostri
Suoi miseri sudditi e prede al contempo.
In quella landa cinerea, non c’è posto
Per gli eroi: solo per famelici orrori e fallimenti.
E la Luna Vermiglia, ghigna malevola.

30/05/22

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Finché i sogni non mi moriranno tutti – 22/05/30

«Quanto pensi
Di poter ancora
Andare avanti?»

«Non so: finché
Il cuore batterà,
Finché i sogni non
Mi moriranno tutti».

30/05/22

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Capelli di fuoco liquido – 22/05/30

Ora ti ho vista infine,
O mia Musa… esisti!
Capelli di fuoco liquido,
Occhi di cerva indomita,
E tanto ardore in petto…
Eccola, ora sento di nuovo
La Poesia levarsi nell’aria,
Il canto che per me emani
Nel deserto di cenere,
Più forte del vento,
Più lieve della rugiada.
Non saprò mai tradurlo
In parole, lo so, sono Pateta,
Ma questi versi spezzati,
Incompleti e abortiti,
Formano un’immagine,
Un affresco che si riempie
Della tua luce, o Musa.
E quel dipinto è mille
Milioni di volte meglio
Della landa bigia in cui vago.
Potessi morire con la tua
Visione nel cuore sarei
Un Profeta felice, e non più
Solo Maledetto.

30/05/22

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Non c’è più poesia – 22/05/27

Non c’è più poesia
In questa landa deserta
Abbandonata dagli dèi.
Non più la Musa leva
Alto il canto per l’aere
Che risanava i sogni.
Ora muoiono tutti,
Tutti i sogni, ambizioni,
Speranze, germinano
E poi marciscono,
Diventano polvere
Grigia del deserto,
Spazzata via dal vento.
Io li guardo disfarsi
E mi chiedo: quanto,
Prima che anche
I pensieri mi vengano
Tolti; per quanto ancora
Mi sarà concesso vagare
Senza meta né scopo, prima di
Divenire polvere io stesso?

27/05/22

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Passano fuggevoli gli anni – 22/05/25

Passano fuggevoli gli anni,
Galoppa il destriero del tempo;
Quante volte, orsù dimmi,
Il carro lucente del sole
Ha fatto la spola su e giù
Per la lenta china celeste?
Eppure tu, stanco Pateta,
Sei ancora qui, che ti trascini
Per la Landa di cenere e ossa.
Cosa ti spinge, cosa cerchi,
Oppure fuggi così alacremente?

25/05/22

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Voi spegnitori di sogni – 22/04/07

Ne ho visti come voi
Nel mio cieco mondo,
Nella landa cinerea
In cui vago ramingo;
Voi spegnitori di sogni,
Denigratori di aspirazioni.
Là, tra le nere macerie
Di castelli in aria in rovina,
Ci sono larve immonde,
Che banchettano sulle
Carcasse di sogni infranti,
Di aborti d’aspirazioni
Mai nate. Quelle viscide
Creature brulicano, sapete?
Si contorcono in un tripudio
Festoso, un’orgia macabra
Sui morti sogni altrui.
Ma niente più aspirano
E nulla più meritano, ahimè!
Che crogiolarsi nel fango
Del fallimento di cui si pascono.
E allora, lancio un’occhiata
Alla Luna Sanguigna, lassù:
«Meglio tu, beffarda Luna,
Che mi sfidi, di queste cose
Vili e ignobili che strisciano
E vivono, parassiti, degli altri».

07/04/22

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Fiamma della poesia – 22/04/07

Brilla o fiammella, brilla,
Splendi e divampa
Fiamma della poesia,
Veglia su di me che
Innalzo i miei inni.
Poco m’importa
D’essere mediocre,
Perché, finché brilli
O bella fiammella,
So d’aspirare all’empireo.

07/04/22

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Gli antichi ce lo insegnano:
Le parole, se ben ispirate,
Valgono conoscenza, libertà,
Onore e persino il potere.
Oggi per l’uomo semplice
La parola vale meno di nulla
E io, misero Pateta, sotto
Le parole mi ci seppellisco.

05/03/22

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C’è una valle lunga
E stretta e tenebrosa
Nel mio gelido cuore.
È la valle del Letha,
Che lento e lieto scorre
Verso il mare di anime.
Quando la decrepita
Campana, suona macabra
Il suo lamento spezzato,
Nel cuore della notte,
Anche il mio cuore
Sobbalza e incupisce:
Un altro sogno è morto
E giù fluisce nel corso
Delle acque dei morti,
Tra salici scheletrici,
Sambuchi nodosi e gobbi,
Fino al mare d’anime
Dannate.

22/02/22

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Idoli & Anatemi

Che succede Pateta,
Sei forse cambiato?
Quell’oscurità alla fine
Ti ha forse inghiottito?
Sai bene che non si
Deve mai discutere
Né trattare col male…
Ma tu, misero inutile
Mediocre paroliere,
Hai cercato la via delle
Tenebre insondabili.
Ti ci sei perso, crogiolato
E ora rimpiangi la luce?

22/02/22

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Idoli & Anatemi

Ormai non trovo più
Nemmeno le parole
In questa nebbiosa
Valle sperduta tra
Salici scheletrici
E monchi pioppi,
Canne e sterpi
Inceneriti e al vento,
Che sempre ulula
Il suo dolore nel
Deserto di ossa
E bigia cenere.
Dove sei Musa…

20/02/22

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Sotto gli occhi amorosi delle dee – 22/02/10

Sotto gli occhi amorosi delle dee,
Le due caste signore del mattino:
Lei, la stella portatrice di luce,
L’altra, l’alba dalle rosee guance;
Mirando il loro risveglio in cielo,
Là in fronte alla vallata del Letha
Che dolce e lieta scende al mare,
Il vecchio pellegrino se ne sta
Appoggiato a una imponente
Quercia, su una verde collina.

Ricorda il tempo in cui vagava
Per i regni della terra e alti
Innalzava inni e canti ai banchetti
Dei potenti, alle corti festose.
Una lacrima ne scese sul viso,
A testimoniare quella realtà
Che un dì fu e ora non più…
Ora, una folata di vento
Lo schiaffeggiò a rinvenire:
Non più una verde prateria ma
Quel deserto di bigia cenere.

Non una quercia ma un turpe
Scheletro di resti carbonizzati,
Contorti, spezzati e protesi
In agonia al cielo… e il cielo,
Una vasta distesa di nubi
Nere, tempestose e vorticanti,
Chiudevano lo spazio tutto,
Fin dove occhio ne spingeva.
Qualunque cosa avrebbe dato,
Il buon vecchio Okrahm,
Il Pateta delle lande, per poter
Anche solo intravedere Lei,
La stella mattutina e non Lei:
Quell’orbita rossa, sanguigna,
Ghignante e beffarda di tra le nubi,
La Rossa Luna foriera di sventura.

10/02/22

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Idoli & Anatemi

A lungo ho passeggiato
Assieme ai grandi della
Storia e con loro ho discusso
Cose che il tacere è bello:
Dante, Virgilio, Orazio,
Alceo, Archiloco, Alcmane,
Leopardi, Manzoni, Pascoli
E altri molti, che non finirei…
Ma ora che mi sono perso,
Più nulla ne resta;
E quella voce soave che
Mi guidava nel buio, più
Non l’odo nel vento furioso,
Da quanto vago ramingo,
Lacero nello spirito
E nel corpo martoriato,
In questa landa di cenere,
Più non lo so.

07/02/22

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Idoli & Anatemi

«O Musa, dove sei,
Nell’ora più nera?
Sento una voce
Di qua dalla cortina
Di nubi nere e vento
Lamentoso, che dice
“Apri, Okrahm, apri
Le porte del tempio
Al tuo canto, spandi
Per la terra tutta
Il triste lamento tuo”

O Musa, sei tu? È tua
La voce che sento?
Non posso, non posso
No! Se aprissi le porte
Del tempio di questo
Giano bifronte, questo
Idolo blasfemo che dimora
Nel cuore mio dannato,
Ne uscirebbero demoni,
Mostri informi, Erinni
Fameliche e deità senza nome…

O Musa, bella cara Musa,
Come puoi chiedermi
Questo? Se sei tu da eoni
Distanti, dai mari del tempo
E dello spazio a chiamarmi,
Come puoi chiedermelo?
E se, peggio ancora, non sei tu:
Di chi allora questo richiamo
Imperioso e dolce che sento,
Al contempo irresistibile?
E lassù, la Luna che mi fissa…»

06/02/22

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Idoli & Anatemi

A chi è in grado
Con la sua arte
Di smuovere le
Profonde corde
Dell’animo umano:
Vi prego, usate
Il vostro potere
Sulla gente.
Svegliate i sopiti
Cuori indifferenti…
Per quanto riguarda
Me, misero poeta
Vagabondo e mendico,
Posso solo inginocchiarmi
A questo altare e
Accendere una semplice
Candela contro l’oscurità
Che avanza. Ma, ahimè!
Se dovessi accendere
Un lume per ogni
Cuore nero come il mio,
Questa sarebbe una foresta
Di fiaccole e un bagliore
Caldo nella fredda oscurità.

01/01/22

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Un nuovo mondo, Un nuovo inizio…

Quella Luna di Sangue che sempre mi segue
E malvagia mi schernisce, in questo mondo
Di cenere ed ossa, non mi lascerà mai.
Sempre essa m’accompagna nel cammino,
Sempre mi denigrerà con amaro disprezzo.

01/03/16

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Tace nel suo sonno sempiterno – 21/12/20

Al termine di un anno
Sotto un sole pallido e
Malato, me ne sto qui
Seduto ai piedi d’una
Quercia annosa e stanca
Di vivere, come me…
Ammantato di bruma e
Di pensieri offuscato
Ripercorro ciò che fu e
Tento di carpire che sarà.
Ma nulla ha più senso:
L’umanità persevera
Nella sua follia perenne;
La natura, snaturata,
Non è più la stessa;
Quella Musa che per me
Cantava e m’ispirava
Or tace nel suo sonno
Sempiterno. “Cosa volete,
O numi, o potenze celesti,
O voi antichi esseri di là
Del tempo e dello spazio,
Cosa volete che faccia,
Perché tutto torni
Come prima e ricominci
A funzionare un po’ meglio?”

Ma nel silenzio del meriggio
Fosco e umido di fine
Dicembre, dove persino
Il gelo sembra essersi
Stufato del suo tristo e
Ingrato mestiere, tutto
Tace, nulla risponde
Alle accorate preghiere.

Intanto le ombre s’allungano,
Cala il sole malaticcio e stremato,
Muore ormai nel suo arco diurno.
Muta con lui tutto il mondo:
Quel che sta sopra sta sotto,
Il mondo ctonio ora ne emerge.
Prati e fiori, in cenere e ossa,
Luce soffusa, in tenebra asfissiante.
Intorno a me, li sento, si svegliano
I demoni degli incubi notturni.
Tutte le belve affilano le zanne
Dei ricordi opprimenti;
I mostri dei sogni infranti,
Vagano in pena in cerca di prede.

Devo mettermi in marcia
Perché dormire non si può
Nella valle d’abisso dolorosa
Di cenere e di ossa ove sono
Confinato ormai da secoli.
“Dove sei Musa? Mia Musa…
Potesse anche solo un bisbiglio
Della tua soave voce acquietare
Lo stridore di questo silenzio…
O bella Musa, dolce Musa
Potesse un fugace barlume
Dei tuoi splendidi occhi
Fendere queste tenebre…”

Ma nulla risponde ai lamenti
Del mio cuore ramingo e solingo,
Solo le mostruosità che vagano
In questo oblio m’ascoltano
E Lei, sempre Lei, la Luna
Sanguigna che deride Maligna.

29/12/21

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Idoli & Anatemi

O voi fratelli tutti
Che vivete all’aperto
E dormite all’addiaccio,
Sotto cieli stellati,
Sotto l’indifferenza
Dei molti e lo sguardo
Di chi passa e va…
Cos’hanno fatto per voi
Quei potenti tracotanti
Che pensano di poter
Comprare ogni cosa
Ma che non sanno
Oppure fingon non sapere
Che la dignità umana
Non si può acquistare
Ma facilmente svendere…
Io, qui seduto sotto una quercia,
Nella fredda steppa del mio cuore
Col pensiero volo a voi
Guardando le innevate montagne
All’orizzonte che si fanno di rosa
All’alba che avanza. E penso:
«Se il mondo fosse tutto
Un po’ più rosa, forse non
Ci sarebbero più guerre,
Forse saremmo tutti più uguali,
Forse non si piangerebbe più
Per poter essere sé stessi»
.

19/12/21

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Idoli & Anatemi

Sono stanco di questo
Freddo e questa solitudine
Nella steppa dove ramingo
Vago accompagnato da anime
Tormentate e rancorose.
Sono stanco di ascoltare
Le vostre vane parole,
Stanco di assistere ai
Tristi spettacoli
Dell’esistenza umana.
Dico a voi, potenti tutti
Di questa terra dannata!
Quando sarete sazi
Del sangue di noi umili
Mortali? Quante, ditemi,
Quante persone devono
Ancora morire in mare;
Quante madri devono
Versare lacrime amare;
Quanti bambini devono
Andarsene senza un futuro
Perché vi sentiate
Soddisfatti del vostro operato?
Noi siamo qui, ai vostri piedi:
In attesa, vigili, ma non supplici;
Estenuati ma giammai arresi;
Siamo qui, pronti a levarci
In piedi e in marcia, straziati
Ma non per questo esanimi;
Siamo qui, pronti a gridare
Tutto il nostro dolore.

17/12/21

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