Persino quelle nuvole Di tempesta, in fronte all’alba, Hanno contorni più luminosi… I miei pensieri invece, Si tingono di pece e fiele, Quaggiù nella bigia cenere.
17/04/23
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Nel suo tempio abbandonato, Inginocchiata accanto al fuoco Che sacro brucia rischiarando Le menti degli umani, misera Fiammella ormai del falò d’un dì, La Musa osserva i bassorilievi Cangianti alle pareti e rimembra Quei tristi eventi di un’era andata.
«Vi fu un tempo» comincia la bella, Assecondata dalle sculture, «Un gigante tra gli uomini, Prometeo lo chiamavano perché Lontano posava il suo sguardo, Su mondi e lidi preclusi agli altri. Egli sognava e dal sogno creava, Folle e torme di fantocci senz’anima, Pensieri e idee che muovevano due Passi e poi finivano in cenere. “No, così non può…” si struggeva “Tutti i sogni muoiono, i pensieri Si sfracellano al suolo, non Spalancano le ali al vento, in cenere Finiscono le aspirazioni…”. Poi,
Una sera, che dalla rupe osservava Tramonto arrossire d’amore per L’arrivo di Notte sua sposa, Il suo occhio che tutto vede, Lo scorse, ardere forte e gagliardo, Quel fuoco che gli dèi conservano Gelosamente, lo stesso che qui Custodisco, ora esausto. Così, Vide il padre degli dèi maneggiare Il fuoco della Vita, della Sapienza E dell’Arte: il fuoco dell’Amore. Perché Amore, è la forza che tutto Muove. Prometeo lungimirante, Capì che quel fuoco mancava ai Suoi Sogni per prendere vita.
Ardì salire alle auree case, fin Sulla montagna degli dèi si Spinse, nel tempio in cui sola Abito, s’introdusse furtivo, Guardingo, nascosto dall’amica Notte che tanto l’ispirava. Ammirai il suo coraggio, capii Il nobile intento, avrei potuto Arderlo vivo, eppure, gliene Feci dono: gli diedi metà del Sacro fuoco. Perché giungesse All’umanità, mi dissi, perché Gli dèi, avidi, lo nascondevano Per sé. “Vai Prometeo, gigante Tra gli uomini, Baal portatore Del fuoco sacro Così era scritto nelle sculture Profetiche del tempio, così Si compirà il tuo destino”.
Col favore delle tenebre egli Se ne tornò alla sua terra e Nulla ora più lo fermava: Creava Sogni e quelli subito Prendevano vita, aveva Idee E quelle, su grandi ali volavano Nell’aria; folle di creazioni, Eserciti di Aspirazioni. Ma ciò Non piacque agli dèi sovrani, Gli unici a cui sia concesso Di sognare, creare e amare. Il povero Prometeo finì Giudicato, avvinto da catene Adamantine, alle rupi del Caucaso, ai confini della terra. Aquile gli rodono le viscere, Notte e giorno si tormenta, Sotto il sole cocente così come Al gelo della Notte che gli fu amica.
Prometeo fu punito per aver Avuto il coraggio di sognare. Anche tu mio Pellegrino, Sogna, brama, ama: quello Fu il dono del gigante agli Uomini. Questo fuoco s’è ormai Spento, ma l’altro, quello arde Arde ancora, in mille piccole Fiammelle, in voi esseri umani. Sta a voi tenerlo vivo.»
04/04/23
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In ognuno di noi, Rifulge una scintilla D’oro, intensa, come In quelle deità empiree Che ci osservano Dalle praterie celesti. Ma per chi vive quaggiù Nell’ombra, ammantato Di notte sempiterna, E vaga nella steppa di Ossa ritorte e infrante, No, nessuna luce. Solo una Sanguigna Luna.
27/01/23
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«Cos’è povero pavido Pateta, Hai terminato i tuoi canti? Non trovi più le parole per Salutare un nuovo anno Di sconfitte, dolori e supplizi?»
Lassù infierisce la malevola Rossa Orbita della malora, Ma quaggiù ulula più forte Il vento nella landa cinerea, Ché quasi non la sento… quasi.
No, nel mio cuore di pietra, Stolido, forgiato dal dolore, Il canto non si spegnerà mai, Raccolgo le faville, mia Musa, Le custodirò qui, a farne falò.
E quando s’incendierà gagliardo, Vincerò le tenebre ch’assiepano Il mio mondo, allora tacerà quella: La Luna portatrice di sventure, E forse, troverò la strada per uscire Da qui.
05/01/23
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Andrò a cercarla, Oltre questo deserto Di ombre funeste, Di là da quella nebbia Insondabile, là cercherò La luce che Lei sola emana, La Musa, dea tra le dee, Custode dei sogni.
10/10/22
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Senza parole se ne stava, Solo, il vecchio Pellegrino, Nel silenzio della grigia landa Rotto dall’ululato del vento E dal cupo lamento del vortice: Ai piedi della rupe su cui sedeva, S’apriva quel nero gorgo d’abisso. «Terrore» sentenziò la Luna «Culla di ogni paura, risucchia Tutto ciò che vi si avvicina e nulla Più ne esce; o s’anche fosse, Ne verrebbe traviato da Follia, Sua trista sorella che giace là Nei suoi reconditi. Il Terrore È un vuoto che mai si colma, Pian piano, consumerà tutto Questo mondo. Non attendere Il tuo amico Cavaliere: voleranno Eoni prima che ne esca impazzito, Oppure ridotto in cenere» e tacque. Sempre in silenzio, il buon Pateta Si mise in cammino. Non era Concesso avere amici in quel Mondo di cenere e a lui era Toccata la peggior compagna: La beffarda e malevola luna Rossa Che tutto vede e ancor più nasconde.
31/08/22
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C’è una valle, nascosta Tra le montagne della Realizzazione: è una verde Prateria dove sempre Splende la luce dorata Della Sapienza. Molti La chiamano Arcadia, Per altri era il Parnaso, O Campi Elisi, Valalla, Eden; per altri erano Praterie celesti dove Dimoravano altere deità;
Per altri un mare di infiniti Fiori di loto; molti i nomi, Tante le forme per le tante Civiltà. Là, in mezzo alla Radura, tra ruscelletti Mormoranti, sta un tempio, Piccolo ma decorato e Tutto d’avorio. Dentro al Santuario, prega e canta Inginocchio la splendida Dea, la Musa, l’Ispiratrice Di poeti, sacerdotessa di sogni.
Davanti a lei arde nel tripode D’ottone la fiamma della Poesia, Il fuoco della Conoscenza. Un tempo era un’immensa colonna Quella fiamma, un falò gagliardo E vigoroso che sfidava il cielo… Ci fu chi arrivò a rubarlo, Vi furono ere che tentarono Di spegnerlo e ora non ne resta Che una miserabile fiammella. Ma non si da pace la Musa, Dedita al suo lavoro, ella canta E chiama a sé i sogni e le spemi, Quelli volano, finiscono nel Fuoco e lo alimentano viepiù;
Le faville che ne scaturiscono Finiscono nelle menti degli Umani che ne sono così illuminati. Questo il suo compito da che Esiste l’umanità. «Ce n’è uno Però, un Pateta vuole chiamarsi, Che non riesco più a raggiungere», Piange tra sé e guarda triste I bassorilievi del tempio. Lì, invisibili spiriti tessitori del Destino, scolpiscono le trame Dei sogni e delle vite di ogni Persona, e lei sola riesce, In quell’intrico di forme Sempre cangianti, a leggere Le storie di uomini e donne.
In mezzo a quelle miriadi di Anime, uno, il Pellegrino Nella landa di cenere cui Non riusciva più a far Giungere le sue scintille, Il fuoco del suo canto. Il bassorilievo mostrava, Con suo sommo terrore, Il vecchio bardo, sul ciglio Di un abisso, un vortice Al centro che divora ogni Cosa, un Cavaliere che Arditamente vi si getta Dentro. «Sciocco, folle! Col mio fuoco mai sarebbe Giunto a tanto… oppure, Che sia per raggiungere La mia voce che tanti Tentano vie così disperate?» Il pensiero le andò a Prometeo. Sopra il vecchio Pateta scolpito, Stava sempre Lei, sua controparte: L’odiata Luna Sanguinolenta.
29/08/22
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Camminai ancora e ancora, Contro la fame e la stanchezza; Ossa rotte, la pelle strappata Via dalle carni, dalle sferzate Di cenere spazzata dal vento. Non lontana era ancora L’immagine di Tormento nella Mia mente, quando udii Un ruggire incessante e cupo. “È il vento” pensai “qui sempre La tormenta infuria lamentosa” «Non ingannarti» fece la Luna «Questo che senti non è solo Il vento che ti perseguita». Ella si tacque, io avrei voluto Ribattere che anche lei tanto Mi tormentava, ma proseguii. Intanto i ringhi e ruggiti si Facevano sempre più distinti, Più minacciosi e assordanti. Giunto in cima alla collina, La vidi, là al fondo della conca Tra le bigie dune di cenere. «Questa è Ansia» la Luna prese A descrivere l’essere orrendo E immane simile a un cane, Tutto scarnificato e grondante Sangue dalle sue stesse carni Spolpate; se ne stava là, Inchiodato, quasi rattrappito Al fondo dell’imbuto di cenere, Ma non per questo era men Minaccioso e, anzi, strillava E sbraitava con le fauci Gigantesche, grottescamente Grandi più del suo corpo. «Ansia è così: più è imprigionata E più vuole scappare, e più s’adira, Viepiù ringhia e ulula di rabbia». E mentre così diceva, vedevo Frotte di quei sogni vaganti Che finivano sbranati e divorati. Ridotti in polvere, volavano Al vento a rimpinguare il deserto Di cenere. «Ansia fa sempre vuoto Attorno a sé, come vuoto è pure Sempre il suo stomaco: non trova Mai pace e addenta ogni cosa; Tutto ciò che arraffa si disfa in Polvere e accresce rabbia e fame». Tacemmo entrambi e io proseguii, Nella testa ancora quei folli ringhi, Quelle zanne immense e i vacui Sogni che vi finivano in cenere. [28/08/22]
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Quanto tempo, quanti eoni Son passati ormai da quando Lasciai quella decrepita chiesa. Il misero tempio dove radunavo Sogni scarni, raminghi, questuanti… Là io, li accoglievo, rifocillavo, pregavo Per loro perché udissero il canto Salvifico della dea, la mia Musa, L’unica col fuoco di vita della Poesia, Che potesse tenerli in vita e involarli… Invece, quella voce non giungeva mai; Nessuna favilla nel tempio in rovina; I sogni pellegrini morivano a uno a uno, E più ne giungevano, più croci erigevo, Bianche stele a imperitura memoria… Lasciai quella terra alfine, se di terra Si può parlare in questa vuota landa Di cenere e ossa. Qualcosa mi spingeva In quest’insensata mia cerca: che fosse La voce della mia Musa? Di là del tempo, Oltre i confini dello spazio, oltre la Nera nube che cinge questa cinerea Prigione, che mi chiama a sé. Lo vorrei, Oh quanto lo vorrei, ma qui i desideri E i sogni non durano, e di ere ne sono Trascorse innumerevoli, unica compagna: Quella Luna Sanguigna lassù che ghigna Beffarda e malevola di me E dei miei sogni effimeri.
26/08/22
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Continuai a camminare Seguendo la folla di sogni, Miracolosamente scampati All’asprezza della bigia landa. La fila si perdeva all’orizzonte. Quando giunsi tra i monti, Dall’alto, lo vidi: un immenso Bruto gigante ch’arraffava Quelle anime sperdute, Le gettava sul ripiano di liscia Pietra e prendeva a spingere Una colossale mola, e macinava… «Questo è Tormento che mai S’arresta nel suo lavoro», disse La Rossa Luna a me terrorizzato, «Egli macina i sogni, quelli forti, C’hanno l’ardire di sfidare La Landa dove tutto muore, Il grigio deserto dove regna Disperazione, regina incontrastata».
E intanto il titano orribile, macinando Spargeva fuliggine, poi prendeva A macinare il mucchio di cenere Ch’aveva prodotto e la lanciava In aria; con un mantice puliva il ripiano Di duro e nero basalto, e via: Abbrancava altri dannati sogni; E così anche lui alimentava il deserto, Servo della trista landa di cenere. «Tutto serve la Landa» disse la Luna «E tutto torna alla sua cenere» E, beffarda, lei la Sanguigna, ghignava.
26/08/22
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No, mia sacerdotessa dei sogni, Mi hai ingannato, non fingere: Musa ti facevi chiamare, invece In un Nido di Serpi ti sei smascherata. Perché, sebbene alla luce del sole, Nell’ombra sempiterna vago, Il corpo intrappolato in una società, Surreale, insensibile che non capisco, La mente raminga nella bigia landa Di cenere e ossa di sogni in frantumi. Guarda queste lapidi: qui giace Amicizia, lì Amore, là Successo, Più in là Autostima e tante altre virtù, Assieme a tanti altri sogni, nati e Poi subito morti, irrimediabilmente Frantumati sotto la mola del Destino.
22/08/22
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Forse in ognuno di noi Giace indisturbata una Porta, laggiù nell’ombra, Che mai andrebbe aperta. La mia conduce a una Terra desolata di cenere E ossa insepolte, erose Dal tempo e dal dolore. Quelle degli altri, forse, Sono portali viepiù turpi E spaventosi, d’indicibile Orrore e cruda ignominia. E io, ramingo, vago levando Al cielo i miei canti, carmi Sacrileghi per placare Gli spettri che affollano Questa landa. Un triste Cammino per un Pateta Marchiato dal fato inclemente.
24/07/22
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Preferisco immensamente, Essere nato nel mio fango E nel fango poi morire, Consumato dai vermi Brulicanti dei miei pensieri Cancrenosi e sogni putrefatti, Che venir riverito tra troni d’oro, Aromi d’incenso e fronde d’alloro, Di una società spoglia di valori, Arida di emozioni e insensibile Alla bellezza delle piccole cose.
13/07/22
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Perché c’è luce In questo mondo? Se il cielo di nera Tempesta offusca Gli astri benevoli? Da dove viene allora Questo lucore spettrale Come il deserto o le nevi Nelle notti di luna piena?
21/06/22
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Voi cosa volete mai saperne, Del non essere scelti tra molti, Del non soddisfare mai le aspettative, Del non mantenere le promesse? Voi statevene lassù, divertitevi A eleggervi giudici, giurie e boia. Noi, fallimenti, qui nel fango Non cerchiamo commiserazione.
20/06/22
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«Come nasce un grande eroe? È inviato dalle divinità celesti? O annunciato da segni mirabili Che accendono le speranze? Forse è il solo che può brandire Un’arma consacrata e invincibile?» Pensa il prode cavaliere sul ciglio Dell’abisso insondabile, la fauce Genitrice di immonde mostruosità. «Come si diventa eroi, alla fine? Affrontando mille sfide, viaggi Ai confini del mondo, abbattendo Mostri su mostri, avversari a iosa? Non è mai abbastanza e ora sono Stanco, davvero stremato, Metterò Fine a tutto gettandomi nel gorgo…»
Il vecchio pellegrino, lì appresso, In silenzio, legge i tristi pensieri Del guerriero, non cerca di fermarlo, Sa già l’esito della disperata ricerca: Il destino del cavaliere è dare tutto Di sé, senza mai nulla ricavarne Se non fallimento e altra sofferenza; Il suo proprio, invece, quello di assistere Al fallimento altrui, di tutti, sé stesso Compreso, senza poter cambiare il Fato. Compito del Pateta, è vagare senza meta, Osservare e narrare al vento i fatti. Nulla più. Non disse nulla il vecchio, Né il giovane guerriero attese oltre, Si gettò a capofitto nella nera voragine, Là sotto di loro. Poi più nulla. Il vecchio Pellegrino riprese la sua via. La sua Lunga peregrinazione non vedrà mai fine.
Il suo compito di osservare, registrare e Tramandare, a chi poi non si sa, In quel tristo mondo grigio di cenere E ossa… questa la missione affidatagli Da Lei, la Rossa Luna, sua silenziosa E beffarda compagna di ventura. Del guerriero non seppe più nulla, Al suo posto la bocca abissale e nera Dell’inferno risputò un’ombra informe, Che senz’anima vaga per la Landa Ancora in cerca della sua luce, Che ora men che mai troverà, dissennata, In un mondo c’ha da offrire solo tenebre; Sempre assetata di sangue tra orde di mostri Suoi miseri sudditi e prede al contempo. In quella landa cinerea, non c’è posto Per gli eroi: solo per famelici orrori e fallimenti. E la Luna Vermiglia, ghigna malevola.
30/05/22
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Ora ti ho vista infine, O mia Musa… esisti! Capelli di fuoco liquido, Occhi di cerva indomita, E tanto ardore in petto… Eccola, ora sento di nuovo La Poesia levarsi nell’aria, Il canto che per me emani Nel deserto di cenere, Più forte del vento, Più lieve della rugiada. Non saprò mai tradurlo In parole, lo so, sono Pateta, Ma questi versi spezzati, Incompleti e abortiti, Formano un’immagine, Un affresco che si riempie Della tua luce, o Musa. E quel dipinto è mille Milioni di volte meglio Della landa bigia in cui vago. Potessi morire con la tua Visione nel cuore sarei Un Profeta felice, e non più Solo Maledetto.
30/05/22
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Piovi dannato mondo! Piovi tutto il tuo rancore E brucia ogni mio sogno… Non sapevo anche qui, Nella landa, potesse piovere: Grumi rappresi di cenere, Simili a bitume in fiamme Che cadono a miriadi dalla Volta nero pece; si raccolgono A terra in pozze catramose E levano all’aere crepitante Il lamentoso loro incendio. Meglio così, bruciate, rodete Ogni frammento del mio Essere, fiamme maledette! Tra le nere rovine, osservo L’apocalittica visione del Deserto di cenere in fiamme; Roghi in terra e meteore Sfolgoranti in cielo, e maledico La Luna Vermiglia che ghigna. Prenditi gioco di questo misero Profeta, ma bada: un giorno, Un giorno uscirò da qui!
29/05/22
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Quanto silenzio, qui Tra le rovine annerite, Scheletriche e macilente Della mia Esistenza. Un tempo i sogni solevano Correre e danzare felici Per i parchi e le aule Di un fastoso palazzo; Tra musica soave, grida Di gioia e infinita luce. Ora nulla più ne resta. Lentamente il tempo ha girato La sua infaticabile ruota E ha frantumato ogni Pezzo coerente del mio Essere. Solo polvere Rimane, bigia cenere E ruderi deformi, dimenticati.
28/05/22
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Non c’è più poesia In questa landa deserta Abbandonata dagli dèi. Non più la Musa leva Alto il canto per l’aere Che risanava i sogni. Ora muoiono tutti, Tutti i sogni, ambizioni, Speranze, germinano E poi marciscono, Diventano polvere Grigia del deserto, Spazzata via dal vento. Io li guardo disfarsi E mi chiedo: quanto, Prima che anche I pensieri mi vengano Tolti; per quanto ancora Mi sarà concesso vagare Senza meta né scopo, prima di Divenire polvere io stesso?
27/05/22
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È tutto lì il nodo gordiano della faccenda ma tanto a nessuno importa: non c’è più poesia (o forse non c’è mai stata) nell’aria, ma solo triste e nuda realtà (e scusate, grandi letterati e incensati pensatori, se uso endiadi banali, scontate e illeggibili). Sei un fallito, ci sei nato e ci morirai e persino le tue ceneri andranno ad accumularsi in quel bigio deserto in cui getti via sogni e speranze. Quella Geenna di fallimenti… E poi si stupiscono del mio truce sguardo… come potrei essere felice? Come potrei incenerirle tutte queste vane aspirazioni? Come potrei bruciarle sul nascere, per non vederle germogliare e crescere in rampicanti viticci dorati, prima che mettano le lunghe spine e sottili, e che si tingano di vermiglio sangue che suggono dalle vene pe poi sbocciare in quei fiori amaranto grondanti di fiele?
27/05/22
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Passano fuggevoli gli anni, Galoppa il destriero del tempo; Quante volte, orsù dimmi, Il carro lucente del sole Ha fatto la spola su e giù Per la lenta china celeste? Eppure tu, stanco Pateta, Sei ancora qui, che ti trascini Per la Landa di cenere e ossa. Cosa ti spinge, cosa cerchi, Oppure fuggi così alacremente?
25/05/22
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Ne ho visti come voi Nel mio cieco mondo, Nella landa cinerea In cui vago ramingo; Voi spegnitori di sogni, Denigratori di aspirazioni. Là, tra le nere macerie Di castelli in aria in rovina, Ci sono larve immonde, Che banchettano sulle Carcasse di sogni infranti, Di aborti d’aspirazioni Mai nate. Quelle viscide Creature brulicano, sapete? Si contorcono in un tripudio Festoso, un’orgia macabra Sui morti sogni altrui. Ma niente più aspirano E nulla più meritano, ahimè! Che crogiolarsi nel fango Del fallimento di cui si pascono. E allora, lancio un’occhiata Alla Luna Sanguigna, lassù: «Meglio tu, beffarda Luna, Che mi sfidi, di queste cose Vili e ignobili che strisciano E vivono, parassiti, degli altri».
07/04/22
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No, tranquilli non scrivo per voi Aspri e aridi censori, vuote Marionette tronfie di successo. Anche i corvi dai rami denigrano Le vittime prossime a spirare e Che arrancano nella Landa. Bramosi del macabro banchetto, Se la ridono dei fallimenti altrui. Ma il Lupo Solitario non si cura Dei corvi, ben altre le sue sfide, Più grandi ostacoli l’attendono, Nell’eterna ricerca della sua Luna. Ella, è lassù, a portata di mano Eppure irraggiungibile e solo Può toccarla in una pozza di fango. No, non per voi: per me scrivo.
07/04/22
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Guarda le canne al vento, Che incessanti fremono E mormorano alla bruma Dell’alba nella valle che Le carezza, che le scuote. Così il mio cuore, a quel Gelido suo tocco lascivo, Lei la sovrana di questa Mia landa vuota, deserta.
22/02/22
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C’è una valle lunga E stretta e tenebrosa Nel mio gelido cuore. È la valle del Letha, Che lento e lieto scorre Verso il mare di anime. Quando la decrepita Campana, suona macabra Il suo lamento spezzato, Nel cuore della notte, Anche il mio cuore Sobbalza e incupisce: Un altro sogno è morto E giù fluisce nel corso Delle acque dei morti, Tra salici scheletrici, Sambuchi nodosi e gobbi, Fino al mare d’anime Dannate.
22/02/22
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Sotto gli occhi amorosi delle dee, Le due caste signore del mattino: Lei, la stella portatrice di luce, L’altra, l’alba dalle rosee guance; Mirando il loro risveglio in cielo, Là in fronte alla vallata del Letha Che dolce e lieta scende al mare, Il vecchio pellegrino se ne sta Appoggiato a una imponente Quercia, su una verde collina.
Ricorda il tempo in cui vagava Per i regni della terra e alti Innalzava inni e canti ai banchetti Dei potenti, alle corti festose. Una lacrima ne scese sul viso, A testimoniare quella realtà Che un dì fu e ora non più… Ora, una folata di vento Lo schiaffeggiò a rinvenire: Non più una verde prateria ma Quel deserto di bigia cenere.
Non una quercia ma un turpe Scheletro di resti carbonizzati, Contorti, spezzati e protesi In agonia al cielo… e il cielo, Una vasta distesa di nubi Nere, tempestose e vorticanti, Chiudevano lo spazio tutto, Fin dove occhio ne spingeva. Qualunque cosa avrebbe dato, Il buon vecchio Okrahm, Il Pateta delle lande, per poter Anche solo intravedere Lei, La stella mattutina e non Lei: Quell’orbita rossa, sanguigna, Ghignante e beffarda di tra le nubi, La Rossa Luna foriera di sventura.
10/02/22
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A lungo ho passeggiato Assieme ai grandi della Storia e con loro ho discusso Cose che il tacere è bello: Dante, Virgilio, Orazio, Alceo, Archiloco, Alcmane, Leopardi, Manzoni, Pascoli E altri molti, che non finirei… Ma ora che mi sono perso, Più nulla ne resta; E quella voce soave che Mi guidava nel buio, più Non l’odo nel vento furioso, Da quanto vago ramingo, Lacero nello spirito E nel corpo martoriato, In questa landa di cenere, Più non lo so.
07/02/22
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«Al fuoco sacro e purificatore Porto questi incensi e resine, Levatevi fumi profumati e lievi, Volate sull’ali dell’aere fino a lui». Recita solenne la Musa devota alla Poesia: Quel fuoco che mai si spegne E irradia lume nella mente e giù Fin nel cuore, anche il più tenebroso. «Segui questo mio sacro esotico aroma, Povero Pateta che nelle tenebre più Non odi il mio canto incessante che Verso per te in lamentosi versetti».
Forse davvero, in quella landa trista Di cenere bigia e d’ossa, quel lumicino Del fuoco può splendere come stella, Il sacro olezzo odorare più di mille rose. Ma laggiù la tenebra è pesante e a mille Di corpi contorti, di versi ritorti e morti Vengono gettati su alte pire blasfeme, Unite a danze macabre e riti orrendi… Là, ai piedi del Tempio della Follia, Null’altro giunge e ogni cosa concorre Alla nera Signora che tutto governa E alla Rossa Luna che ghigna compiaciuta.
11/01/22
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Tutti i sogni, tutti Anche i più futili, I più miserandi, Persino i biasimevoli, Hanno bisogno, Ora lo so, di un rifugio. Ecco perché Li vado accogliendo Nel mio tempio: Perché levando Carmi e canti, Odi e liriche, Versi strambi E cacofonici, Possano essi assurgere A un piano superiore, Un empireo dorato Di luce sublime e Memoria eterna. Ma loro muoiono… I miei sogni periscono, Si disfano in polvere E rimpinguano Il deserto là fuori Di cenere e ossa. Ecco perché innalzo A mille a mille, bianche Lapidi e tristi epitaffi.
09/01/22
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Alla fine, si, emergi: Come un lercio pezzo Di legno marcio torni Felice a galla in questo Mare di miseria Chiamato Società. Ma quelli lassù, Cos’hanno fatto quelli Per meritarsi le Gloriose foreste dei giganti; Cosa ha posto gli dèi Nelle loro empiree E dorate dimore? No, a noi guerrieri Raminghi e stremati, A noi spetta la landa, Distesa di ceneri e ossa.
31/12/21
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Quella Luna di Sangue che sempre mi segue E malvagia mi schernisce, in questo mondo Di cenere ed ossa, non mi lascerà mai. Sempre essa m’accompagna nel cammino, Sempre mi denigrerà con amaro disprezzo.
01/03/16
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Al termine di un anno Sotto un sole pallido e Malato, me ne sto qui Seduto ai piedi d’una Quercia annosa e stanca Di vivere, come me… Ammantato di bruma e Di pensieri offuscato Ripercorro ciò che fu e Tento di carpire che sarà. Ma nulla ha più senso: L’umanità persevera Nella sua follia perenne; La natura, snaturata, Non è più la stessa; Quella Musa che per me Cantava e m’ispirava Or tace nel suo sonno Sempiterno. “Cosa volete, O numi, o potenze celesti, O voi antichi esseri di là Del tempo e dello spazio, Cosa volete che faccia, Perché tutto torni Come prima e ricominci A funzionare un po’ meglio?” Ma nel silenzio del meriggio Fosco e umido di fine Dicembre, dove persino Il gelo sembra essersi Stufato del suo tristo e Ingrato mestiere, tutto Tace, nulla risponde Alle accorate preghiere.
Intanto le ombre s’allungano, Cala il sole malaticcio e stremato, Muore ormai nel suo arco diurno. Muta con lui tutto il mondo: Quel che sta sopra sta sotto, Il mondo ctonio ora ne emerge. Prati e fiori, in cenere e ossa, Luce soffusa, in tenebra asfissiante. Intorno a me, li sento, si svegliano I demoni degli incubi notturni. Tutte le belve affilano le zanne Dei ricordi opprimenti; I mostri dei sogni infranti, Vagano in pena in cerca di prede.
Devo mettermi in marcia Perché dormire non si può Nella valle d’abisso dolorosa Di cenere e di ossa ove sono Confinato ormai da secoli. “Dove sei Musa? Mia Musa… Potesse anche solo un bisbiglio Della tua soave voce acquietare Lo stridore di questo silenzio… O bella Musa, dolce Musa Potesse un fugace barlume Dei tuoi splendidi occhi Fendere queste tenebre…” Ma nulla risponde ai lamenti Del mio cuore ramingo e solingo, Solo le mostruosità che vagano In questo oblio m’ascoltano E Lei, sempre Lei, la Luna Sanguigna che deride Maligna.
29/12/21
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Sono stanco di questo Freddo e questa solitudine Nella steppa dove ramingo Vago accompagnato da anime Tormentate e rancorose. Sono stanco di ascoltare Le vostre vane parole, Stanco di assistere ai Tristi spettacoli Dell’esistenza umana. Dico a voi, potenti tutti Di questa terra dannata! Quando sarete sazi Del sangue di noi umili Mortali? Quante, ditemi, Quante persone devono Ancora morire in mare; Quante madri devono Versare lacrime amare; Quanti bambini devono Andarsene senza un futuro Perché vi sentiate Soddisfatti del vostro operato? Noi siamo qui, ai vostri piedi: In attesa, vigili, ma non supplici; Estenuati ma giammai arresi; Siamo qui, pronti a levarci In piedi e in marcia, straziati Ma non per questo esanimi; Siamo qui, pronti a gridare Tutto il nostro dolore.
17/12/21
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Che ti è successo Triste cavaliere nero, Ramingo araldo del Lupo, Che vaghi nella steppa In cerca della Luna? Non senti più la mia voce? Non segui più il mio canto? Hai dimenticato la tua Musa? Per troppo tempo hai calcato Le orme sulla cenere d’ossa Della landa di sogni infranti; Troppo ti sei ammantato Della fosca fuliggine che aleggia In questo vuoto mondo! E ora, a quali demoni hai votato Il tuo cuore, quali macabri Idoli vai adorando sotto il consiglio Della Luna Sanguigna e infausta?
08/08/21
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«Andate e realizzate il disegno»? Quale disegno? Voi dipingete il vostro corpo Con trame esotiche e seducenti, Io affresco questo mio tempio Di scene infernali e apocalittiche. Spargete la parola e scacciate demoni Ma io cosa ho fatto? Ho vagato, si, nella landa cinerea Ho levato il mio lamentoso canto Ma i demoni mi hanno seguito E a quest’altare profano, ora, Consacrano con me questi versi, Dannati.
11/07/21
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